Dobbiamo camminare coscientemente solo un po’ verso il nostro obiettivo, e poi saltare nel buio per il nostro successo. (Henry David Thoreau)

Negli ultimi anni va molto di moda parlare di manifesting, figlio dell’ancor più imperversante Legge di Attrazione, popolarizzata (e svuotata fino all’inutilità) da operazioni commerciali come The Secret e mescolata alle ancora più remotamente famigerate pulsioni del Pensiero Positivo.

Per manifesting si intende il processo di indurre la manifestazione di una realtà desiderata. Il realizzare un sogno, un desiderio (l’acquisto di una casa, un’auto nuova, l’incontro con un uomo, un lavoro migliore), con strumenti diversi da quelli che siamo abituati a utilizzare, cioè l’azione materiale, la forza di volontà, la lotta contro gli ostacoli, la determinazione e la perseveranza.

Il manifesting è un po’ magia, dirà qualcuno. Sì, lo è, il suo dominio è tangente a quello della magia, della magia vera, quella degli occultisti. E infatti queste concezioni fino a tempi assai recenti erano appannaggio esclusivo delle scuole esoteriche.

Il vero sdoganamento avvenne in realtà molto prima, nei primi decenni del 1900, a opera di una costola della Scienza Cristiana e del New Thought, la Scienza della Mente, nell’ambito della quale studiosi illuminati dal grande intento spirituale hanno esposto idee di altissimo valore. Uno per tutti il giudice Throward, le cui opere costituiscono tutt’oggi delle pietre miliari.

Throward e gli altri precursori scoprirono (o compresero) che esiste una Mente Universale (o Essenza Divina) che tutto ingloba, la materia come lo spirito, il pensiero come l’azione, e che usando la mente nel modo giusto, un modo che consentisse il connettersi col fluire creativo della Mente Universale, era possibile generare risultati nella sfera materiale.

Questa concezione originaria è stata ripresa da diversi autori nel corso del tempo (di alcuni libri di autori tra i più fecondi tra questi ho avuto il privilegio di curare l’edizione italiana), che non di rado l’hanno banalizzata rendendola inefficace, magari mescolandola a discipline del tutto estranee. Forse il più (meritoriamente) celebre tra i “nuovi” autori è  Vadim Zeland, che ha elaborato una intrigante metodologia ben sistematizzata da lui battezzata Transurfing.

Come avviene concretamente il manifesting? Come si lavora per indurre la manifestazione?

Pur tra le tante varianti, la base è sempre la stessa: si usa creativamente il pensiero per costruire una immagine della realtà desiderata (del sogno realizzato), e ci si immerge in quella immagine con frequenza per un certo periodo di tempo.

Davvero basta così poco per generare la propria realtà? Davvero una cosa del genere funziona?

Sì, funziona, e dobbiamo prenderne atto. Ma funziona per pochi, e tra un momento vedremo perchè.

Per avvicinarci a intuire perchè mai il pensiero possa legarsi alla manifestazione, facciamo invece adesso un balzo a Lugano, anni ’30 del 1900.

E’ sera. L’illustre psichiatra svizzero Carl Gustav Jung si trova nel suo studio. E’ seduto nella sua poltrona e davanti a lui, nella quasi penombra della flebile luce soffusa di una lampada che non deve ostacolare il dialogo interiore, è sdraiata sul divano una sua paziente, che gli sta raccontando uno strano sogno della notte precedente nel quale riceveva in dono uno scarabeo d’oro.

«D’un tratto udii alle mie spalle un rumore, come se qualcosa bussasse piano contro la finestra. Mi voltai e vidi un insetto alato che, dall’esterno, urtava contro la finestra. Aprii la finestra e presi al volo l’insetto. Era l’analogia più prossima a uno scarabeo d’oro che si possa trovare alle nostre latitudini, ossia una Cetonia aurata, il comune coleottero delle rose, che evidentemente proprio in quel momento si era sentito spinto a penetrare, contrariamente alle sue abitudini, in una camera buia. Un fatto del genere non era mai successo prima nè successe in seguito; anche quel sogno della paziente non si è mai più ripetuto.» [La Sincronicità, 1952]

Cetonia aurata

La spiegazione dietro fenomeni così sorprendenti è la natura psicoide, la definisce Jung, dell’inconscio. Cioè non eminentemente nè esclusivamente psichica.

«Poichè psiche e materia sono contenute in un solo e medesimo mondo, e inoltre sono in costante e reciproco contatto, e infine poggiano entrambe su fattori trascendentali irrappresentabili, esiste non solo la possibilità ma addirittura una certa probabilità che materia e psiche siano due aspetti diversi di una stessa cosa. I fenomeni di sincronicità, mi sembra, ci orientano in questa direzione, in quanto il non psichico può manifestarsi come psichico, e viceversa, senza nesso causale…»
[Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche, 1954]

Non è semplice penetrare la profondità di questi concetti junghiani, ma Jung – e in verità l’esperienza tutta della realtà che ci circonda – ci impone di prendere atto che vi sono continue e incessanti e non-casuali interrelazioni tra il mondo dentro e il mondo fuori, tra lo spirito e la materia, tra il pensiero e il manifesto.

Il nostro inconscio ha la capacità di interferire (come in effetti incessantemente fa e non può non fare) con la densa realtà materiale per generare le giuste condizioni per il manifestarsi dei nostri desideri, se correttamente formulati.

Se allora è possibile utilizzare la consapevolezza di questa connessione pensiero→materia per generare plasticamente la propria realtà, perchè solo in pochi ci riescono?

Il limite è che la capacità di manifestare non è del pensiero cosciente ma dell’inconscio. E’ l’inconscio a essere psicoide, non la coscienza. E non possiamo parlare all’inconscio col linguaggio dell’Io cosciente, perchè non può capirci o ci fraintende. L’inconscio ha un linguaggio tutto suo, che segue regole completamente differenti dalla comune verbale comunicazione umana.

Per superare questo gap le tecniche di manifesting propongono una serie di stratagemmi. Per esempio: immergersi nell’immagine del sogno realizzato come se fosse già realizzato (l’inconscio non conosce passato nè futuro); costruire appunto una immagine e non, per esempio, una lettera (l’inconscio usa primariamente l’immaginativo); non usare la negazione, cercando magari di realizzare una realtà in cui “non soffro più” (l’inconscio potrebbe ignorare la negazione e manifestare la sofferenza), e così via.

Sono escamotage, tentativi un po’ grossolani di adattare il linguaggio dell’Io a quello dell’inconscio. Ma il linguaggio rimane quello dell’Io. E’ come andare in un paese straniero senza conoscerne la lingua e cercare di articolare una frase di senso compiuto per esprimere un proprio desiderio alla gente del luogo con un piccolo dizionario in mano, e col medesimo patetico risultato: “noio volevàn savuar l’indiriss…”

Così, il “miracolo” della manifestazione si realizza soltanto quando ricorrono, tutte insieme, una quantità di condizioni fortunate: dall’aver saputo costruire una immagine/scena che sia credibile e convincente per l’inconscio (cioè una non pateticamente troppo legata all’Io cosciente) all’averci messo l’intento e la “fede” necessaria, reso – ciò – tanto più difficile proprio dal ricorso ai singolari stratagemmi accennati prima, che se rendono più ricettivo l’inconscio al contempo fanno sorridere la coscienza, che stenta a prenderli sul serio.

Un’alternativa a questo affannoso arrampicarsi sugli specchi deve prevedere l’utilizzo di un linguaggio che sia già il linguaggio dell’inconscio. Che lingua parla l’inconscio? Una lingua nella quale l’immagine ha una posizione preminente, una lingua fiorita, altamente simbolica e sintetica, priva di “se”, “ma” e contorsioni analitiche e razionali. L’inconscio è uno stato in costante sospensione senza tempo nel quale “entra” ciò che è essenziale, potente, immediato, fortemente simbolico.

Abbiamo allora uno strumento che può sostituirsi agli improbabili gingilli elaborati metodologici per ingannare (perchè questo è) l’inconscio? Sì, lo abbiamo, e più di uno.

Il mio preferito sono i Tarocchi, questo straordinario libro segreto del mondo che in 78 carte riesce a condensare ogni e qualunque aspetto della vicenda umana. Come magistralmente sintetizzava il grande occultista Arthur E. Waite:

I Tarocchi rappresentano raffigurazioni simboliche di idee universali, dietro le quali si celano tutti gli assoluti della mente umana, ed è in questo senso che essi contengono la dottrina segreta, che è la realizzazione di pochi delle verità incise nella coscienza di tutti.

La tradizione divinatoria ci ha abituati a concepire l’uso dei Tarocchi per veicolare fino a noi informazioni attinte dalla sapienza universale, o akasha, o unica mente, o in qualunque modo vogliate chiamarla.

Ma questa direzione (dall’Universale verso Noi) non è un senso unico. E’ possibile allo stesso modo utilizzare i Tarocchi per portare informazioni dalla nostra mente individuale alla mente universale, cioè al luogo in cui dimora l’energia creatrice e manifestante.

Fare manifesting con i Tarocchi è come ritornare alla propria terra di origine, Inconscio, da madrelingua, dopo una lungo viaggio nelle terre di Coscienza.

Noi parliamo la sua lingua. Noi parliamo e l’Inconscio ci capisce, immediatamente, e ci accoglie. Accoglie il nostro messaggio, la nostra richiesta, e – se il manifesting è ben costruito – si impegna per realizzarla.

Come funziona il Tarot Manifesting?

Inizia considerando a fondo il proprio desiderio, la realtà che si vuole manifestare, che va immaginata in ogni sua sfaccettatura, includendo tutti gli elementi necessari per il suo compimento. E’ letteralmente un sognare ad occhi aperti, un immaginare un paese delle meraviglie in cui tutto è compiuto per come desiderato perchè nulla esiste ad impedirlo e tutto ha cospirato per manifestarlo. Questa prima fase è di grande bellezza, è un coccolarsi nell’assaporare le meraviglie del sogno realizzato, viverle con tutti i sensi e iniziare ad assorbirle e farle proprie.

Si prosegue esaminando in profondità lo stato delle cose attuale rispetto allo stato desiderato. Cosa c’è tra me e la realizzazione del mio sogno? Quali ostacoli si frappongono? Di chi mi serve l’aiuto? Quali circostanze devono verificarsi per potere giungere allo scopo?

Questa fase è già accompagnata dall’ausilio insostituibile dei Tarocchi, con la loro toccante capacità di leggere dentro di noi e dentro le vicende della nostra vita con assoluta verità e chiarezza, restituendoci le coordinate delle situazioni che attraversiamo e aiutandoci così a vedere il vero al netto dei nostri filtri egoici.

L’ultima tappa è il Tarot Manifesting vero e proprio, che consiste nel costruire, con i Tarocchi, una Stesa della Manifestazione, in cui ciascuna carta ha un suo significato che va abbracciato in profondità e in cui nessun dettaglio è privo di valore, inclusa la stessa disposizione degli Arcani. Questo lavoro richiede una profonda conoscenza e connessione col simbolismo dei Tarocchi, che chi ci guida in questo lavoro per indurre la manifestazione deve assolutamente possedere.

Questa stesa diventa una sorta di mandala della manifestazione, che dimorerà in un apposito spazio, una sorta di altare pensato secondo certi criteri, per un tempo volta volta da definire, e che sarà oggetto di forme di contemplazione attiva, per ricordare costantemente al nostro Inconscio che è lì che vogliamo andare. E ricordarglielo nella sua lingua, con uno scarabeo d’oro sulla mano.

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